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Noi sì che valiamo

autostimaNon contiamo un amato un cazzo, ma in compenso valiamo. Valiamo come acquirenti di shampo, come animali da consumo, come ammiratori incondizionati  di supposti “talenti”, come vittime di serie televisive, come citrulli dello chef, come mandrie da cinema e automi di telefonino. E’ la moderna antropologia occidentale che anestetizza attraverso il desiderio continuamente stimolato come fossimo topi da laboratorio, la condizione di servi della gleba del nuovo medioevo. Come cittadini siamo ridotti a zero, siamo indispensabili solo come indiretti produttori di profitti altrui, eppure non siamo in grado di svolgere la matassa di inganni e di inautentico che ci avvolge, anzi partecipiamo come comparse piene di entusiasmo e trepidazione al grande spettacolo. In ogni caso pensiamo positivo e invece di chiederci perché siamo precari o di lavoro non ne abbiamo proprio, disoccupati, perché le retribuzioni si fanno minuscole e le pensioni sono in pericolo costante, perché la ricchezza finisce solo in poche mani. non ci passa nemmeno per la mente di agire di conseguenza e porre un argine al masacro, preferiamo l’autoinganno  non riuscendo ovviamente a superare decenni di esposizione al consumismo, all’egotismo, al conformismo e all’alienazione. Al culto dell’io nelle sue forme più tristi.

Così il disoccupato preferisce inventarsi un lavoro, il licenziato diventa consulente, la cameriera manager nel campo della ristorazione, il cuor contento pilota di droni, il protervo a una dimensione si accalca alle selezioni televisive di qualunque tipo e il venditore porta a porta si trasforma in imprenditore. Tutto questo pare più adeguato all’ideologia corrente, mentre l’analisi della propria condizione e delle sue cause è qualcosa divenuto sospetto: sum ergo non cogito. Queste le cose le conosciamo, le vediamo ce le raccontiamo come un groppo in gola che non vuole proprio andare giù. Ma uscire dalla rete del consenso è difficile ancor più che per i branzini perché un disarmante circolo vizioso chiude l’orizzonte: più siamo mediocri, più ciò che consumiamo diventa mediocre, e rassomiglia a un pastone per il truogolo del consenso, più attingiamo a questa fonte e più diventiamo miseri: ci facciamo fanatizzare come bambini da musica scritta al computer, assentiamo pensosi all’arte che ci viene suggerita da un meccanismo di arricchimento commerciale, siamo disposti a pensare che qualunque gadget banale sia un avanzamento tecnologico, le più trite ideuzze divengono  incensate starup, battiamo le mani al talento che appena vent’anni fa sarebbe sembrato un dozzinale dilettante, viviamo immersi  nell’immagine creata dal foro stenopeico della moda e del mercato che poi detta i suoi criteri anche al discorso pubblico e politico che mai era stato così rozzo, quasi primordiale come oggi, nel quale le parole stesse sono state svalutate a spiccioli buoni per ogni occasione e per ogni stagione o schieramento. E del resto cosa ci si potrebbe aspettare se in anni e anni di produzione, serie pseudo politiche sulle quali si forma la mentalità degli adolescenti e degli adulti mentalmente coetanei, non riescono ad esprimere un solo, unico, miserabile concetto politico?

Alla fine questa falsa dinamicità, questa autoreferenzialità del sistema  non produrrà che un mondo scadente e grossolano, fondato sull’auto menzogna e sulle illusioni. Anzi lo sta già producendo da tempo mettendo le basi per il declino occidentale. Talvolta  con esisti esilaranti come i presuntuosi brand fatti e pensati integralmente altrove, comprese le tecniche di stampa dei medesimi sugli oggetti del desiderio o le esultanze per l’ingresso nel settore spaziale dei privati, oggetto di un battage senza precedenti in Usa, salvo scoprire che questi utilizzavano i fondi di magazzino dell’industria spaziale sovietica, venduti a caro prezzo  nonostante fossero modernariato degli anni ’60. Ma insomma basta vedere l’uniformità soffocante dalla quale siamo schiacciati per accorgersi cosa si muove dietro lo specchio.  Cioè, absit iniuria verbis, dietro di noi che non ce ne accorgiamo impegnati come siamo ad amarci, a “fittarci” e affittarci senza requie.

 


Pubblicità Rai per l’Europa: bugie pure sui telefonini

tce_mediumSarà capitato anche a voi di imbattervi in quelle pubblicità progresso in cui si magnifica l’idea di Europa con argomenti così bizzarri e pretestuosi da essere giustificati solamente da una totale ignoranza della storia del nostro continente. E naturalmente da una propagandistica volta a dimostrare le delizie della Ue, così paradossale da sembrare comica.. L’altra sera, nonostante l’opera di zapping per evitare evitare gli spot, mi sono imbattuto in un vero capolavoro di demenza comunicativa, in uno gioiello di disinformazione, di bugie e di grossolani errori tra loro collegati il cui fine era quello di indurre a credere che solo l’Europa con il suo benefico apporto ha permesso la diminuzione dei costi della telefonia mobile.

L’incipit è che all’inizio le tariffe erano molto alte, ma poi grazie alla concorrenza e alla definizione di un sistema continentale sono arrivate al livello attuale. La suadente voce ci dice che all’inizio si pagavano “750 lire al minuto cioè 70 centesimi di oggi”. Non posso che fare i complimenti ai creativi i quali lo sono a tal punto da essere ignari del fatto che le vecchie 750 lirette corrispondono a circa 37 centesimi. Ma tutto fa brodo per dimostrarci in quale orribile abisso eravamo quando l’Europa non c’era o se c’era non era così ferreamente a direzione bancario – mercatista. Quanto ci costerebbe telefonare e navigare senza l’Europa? Dice la ficcante finale che segue alla stravagante tesi secondo cui anche le dimensioni dei telefonini è diminuita grazie a Bruxelles.

La realtà è tutta diversa: proprio l’ingresso di un sistema europeo e di nuovi competitori, subito disponibili a fare cartello, ha raddoppiato i prezzi. Dunque a metà degli anni ’80 quando prese piede il sistema Rtms, usato ancora da pochissimi, la tariffa massima, dalle 8, 30 alle 13 era di 633 lire al minuto, che scendevano a 412 dalle 13 alle 18, 30, fino ad arrivare alle 245 dalle 22 alle 8 del mattino successivo. Questi costi rimasero pressoché uguali anche con l’introduzione del sistema etacs, adottato per far fronte all’aumento imprevisto delle richieste e come ponte verso il Gsm che era stato scelto a Bruxelles quale sistema unificato e aperto al mercato. E aumentarono solo in prossimità della commercializzazione di quest’ultimo sistema nel 1995.

Infatti con la perdita del monopolio e l’introduzione del sistema europeo le tariffe fecero un grande balzo in avanti arrivando per Telecom tim alle 1950 lire (più di un euro) al minuto e alle 1940 per Omnitel. Tanto che il gsm fece una certa fatica ad imporsi proprio per l’impennata dei prezzi e si affermò negli anni successivi grazie alla possibilità di acquistare carte ricaricabili che permettevano di tenere sotto controllo le spese telefoniche e di non pagare la tassa statale subito imposta non appena la telefonia mobile decollò.. L’Italia che col suo monopolista aveva ancora nel ’93 tariffe tra le più basse d’Europa schizzò al primo posto che peraltro ancora detiene.

Chiaro che lentamente le tariffe sono calate, non per l’Europa o la cosiddetta concorrenza, (concetto astratto di cui spesso di parla a vanvera per la sua apparente semplicità, ma considerata una pura utopia da molti grandi economisti tra cui Keynes) quanto per l’assorbimento graduale dei costi di ammortamento e sopratutto per l’ evoluzione tecnologica e culturale della telefonia mobile che ha spostato la redditività su fattori diversi rispetto al puro costo per unità di tempo delle chiamate. Il cui onere, peraltro, è diminuito per i gestori enormemente di più che per i clienti. In ogni caso la tesi della pubblicità regresso va giù come olio sia al pubblico troppo giovane per ricordare, sia a quello più adulto che si è completamente dimenticato delle dinamiche tariffarie, come appunto avviene nelle società in cui la memoria

Tutto questo lo dico non per prendermi la soddisfazione di mandare a quel paese una delle tante produzioni europopuliste che ci vengono ammannite, ma per mettere in rilievo quanto sia facile mettere insieme mezze bugie, concetti  grossolani e abusati dei quali siano vittime spesso inconsapevoli, errori persino aritmetici commessi nella quasi certezza dell’impunità, per confezionare una miscela verosimile, ma lontanissima dalla realtà. Se può riuscire con i telefonini che ormai sono l’io kantiano materializzato, figurarsi come sia facile sostituire il verosimile col vero con temi meno legati all’esperienza diretta. E come sia facile ricostruire una memoria completamente artefatta per confermare le idiozie del presente.


Il silenzio della vergogna

vergognaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Uno spettro si aggira, preoccupa il ceto partitico, inquieta piccoli e grandi potentati: il cittadino digitale. Sono finiti i bei tempi nei quali erano teleutenti, consumatori, e occasionalmente elettori, da persuadere, ipnotizzare, ricattare, blandire, minacciare, ma da quelle belle, comode, appartate distanze, da quelle stanze romite e segrete, a sancire una lontananza che doveva essere percepita come irraggiungibile superiorità, perbacco, che mica siamo come loro.
Adesso si sentono incalzati, spiati, addirittura controllati, ohibò, frugati e derisi. E si trovano inaspettatamente a misurare la loro permeabilità alla critica, la loro dipendenza dal consenso, la loro sudditanza dalla visibilità, la loro vulnerabilità alla critica così difficile da subire se si difendono soltanto interessi miserevoli, piccoli privilegi irrinunciabili, micragnose garanzie, in sostituzione di valori, ideali, passioni.

Così si scopre che stamattina, portando la buona novella del supremo sacrificio del presidente non abbastanza emerito, Bersani ha indirizzato un comando secco e perentorio ai suoi, tutti fedeli e traditori presto rientrati nei ranghi: spegnete Iphone e cellulari, siate irraggiungibili dall’esterno. Che per carità non vi arrivi l’echeggiare del malcontento, il sussurro del malessere, l’invocazione di aiuto. Che, non sia mai, vi tocchi la notizia del pensionato di settant’anni che si è dato fuoco come un bonzo davanti al supermercato., il tempio di consumi ormai irraggiungibili, di un benessere domestico perduto. Che non vi giunga la voce di quelli cui è stato negato ascolto, in qualsiasi lingua e dialetto parlasse, se chiede trasparenza, uguaglianza, onestà, competenza, solidarietà, insomma quella che avete riposto come fosse una polverosa paccottiglia di quella “sinistra” rimossa, rinnegata, irrisa, in nome della dinamica modernità.

All’anima della modernità, dei leader smart, della comunicazione cinguettata, della digitalizzazione e della semplificazione via banda larga, delle card, del Cud online, dell’obbligo di bancomat, se appena appena si sentono controllati, loro, che aspirano a entrare nelle nostre vite per spogliarle, manometterle, deciderne modalità, esigenze e inclinazioni, ecco che si sentono insidiati, minacciati, e hanno paura e si confrontano con la vulnerabile debolezza dei loro pensieri, delle loro effimere convinzioni, delle loro labili persuasioni.

Dice un proverbio chi ha pochi soldi sempre se li conta, chi ha bella moglie sempre se la guarda. Chi ha poco, così poco da sembrare ed essere prezioso, ha sempre timore che glielo portino via. A questo ceto un tempo intoccabile, è rimasto poco e quel poco è materiale, le macchine blu, i benefit, o rimborsi, i permessi per il centro, i regali e le regalie, il traffico di influenza tollerato e ostentato. Noi non possediamo nulla, ma abbiamo la passione, la rabbia, l’idea del futuro e gli mettiamo addosso una gran paura.


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